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Giovani e Società

E’ una società questa, che continua a vedersi in difficoltà. L’ottimismo verso il futuro resta basso, i giovani provano un senso di disorientamento e cala sempre di più la loro fiducia nei confronti di un prosperoso futuro capace di regalargli soddisfazioni nel campo lavorativo e professionale.

I giovani, sembrano aver smarrito nel grande calderone dell’oblio, ogni forma di interesse, ogni stimolo positivo, stimoli questi che dovrebbero generare buoni propositi.

Scorgo fra i loro mille volti, una superficialità che mi fa rabbia, sempre più indifferenti e freddi alle grandi tematiche sociali e giovanili che, aimè, dovrebbero interessarli in prima persona.

Cosa rappresenta per i giovani il lavoro? Quale importanza viene data dalla nostra società giovanile al lavoro? I nuovi lavori, per lo più precari, rappresentano un’opportunità o sono nuove forme di lavoro mascherato?

I mutamenti attuali pongono solo problemi individuali oppure occorre ragionare un po’ di più sulle risposte collettive? Se è vero che esiste un polo della precarietà e dello sfruttamento, come diciamo SU LA TESTA ragazzi? Cosa muove oggi i giovani? Perché agiscono? Ma è proprio vero che i giovani non partecipano più? Perché le forme di partecipazione classica (sindacato, partiti, chiesa …) sono lontane dalla cultura giovanile? Qual è il rapporto tra giovani e queste istituzioni? I giovani vivono una dimensione di responsabilità più ampia, che li impegna nella costruzione della pace e della giustizia? Interrogativi questi che non vengono presi in considerazione dai giovani stessi. Provo a discutere con alcuni di loro in un bar, hanno un’aria disinteressata, il loro unico scopo è quello di bere superalcoli e di essere passo coi tempi, al passo con le mode, a passo con le marche e con le cose più futili. Cerco di convincere Paolo a parlare di tutto ciò, ma lui crede che, discutendone, non cambia nulla ugualmente. Provo ad accaparrarmi la sua simpatia offrendogli una birra e discutere magari un po’ seriamente, ma niente, non ci riesco, sembra essere interessato all’ultimo pantalone che aimè, trasformerà Paolo in una pubblicità vivente.

Un po’ sfiduciato non getto mica le redini, ma tento di discutere con altri ragazzi, al piano magione incontro un nutrito gruppo di adolescenti. Mi confessano di trascorrere il proprio tempo tra sigarette e birre in uno spiazzale che riesce solo a donargli tutto ciò. Inizio a parlargli delle associazioni presenti nel territorio, li porto a conoscenza del progetto che partirà “Adotta un parco”, ma la risposta non sembra mica variare così tanto: “Vattini ri unna vinisti”, mi offendono, mi umiliano, loro i protagonisti di una società che sempre più va alla deriva, di una società che non conosce più stimoli, di una società che ha smesso di essere creativa, di una società che ha anche smesso forse di sognare un po’.

Alla loro richiesta di andarmene, non cedo, offro qualche sigaretta per cercare magari, in maniera sarcastica, di portarli a conoscenza di quello che poco alla volta, sta logorando tutti, faccio presente alcuni problemi che li riguardano direttamente, ma loro non cedono, sembrano dei soldati ben addestrati con grandi scudi, sempre pronti a cacciar via ogni stimolo positivo.

Giuseppe, lo incontro mentre si affretta a consumare l’ultimo spinello della serata, ha gli occhi rossi, le lebbra screpolate e la mente confusa. Gli domando: cosa ne pensi della vicenda su Lorena Cultraro? Inizialmente non mi risponde, sorride come se volesse prendermi in giro, poi risponde: “Le donne debbono comportarsi bene, siamo noi uomini che decidiamo e che dobbiamo comandare”.

Perplesso resto di fronte ad una simile risposta, tento di fargli capire che non è poi così giusto il suo pensiero, provo ad informarlo su quanto è accaduto per la conquista dei diritti delle donne, le lotte fatte, l’emancipazione, l’integrazione nel mondo lavorativo e del contributo, notevole, che esse riescono a dare alla nostra società. Niente più convinto di prima mi manda a quel paese.

Ecco, potrei fare ancora altri mille esempi, ma credo che questi bastano a rilevare il disinteressamento radicale dei giovani, un disinteresse che nasce dalla voglia di non svegliarsi, di starsene seduti in quella comoda poltrona che illude senza cercare mai scorgere quello che sta oltre le apparenze. Essere le marionette del XXI secolo? Si forse questo conviene molto ai giovani, forse perché è molto più semplice accerchiarsi di cose futili e gettare via le cose che veramente contano.

Ma attenzione, non tutti i giovani sono così come qualche pseudo intellettuale vuole farci credere, ci sono giovani impegnati nel mondo del volontariato, giovani impegnati nel mondo dell’associazionismo, giovani capace di dare il loro contributo a questa società sempre più alla rovina. Giovani con principi che lavorano per un futuro migliore. Odio coloro che etichettano i giovani tutti alla stessa maniera, o chi ne fa di “di un’erba un fascio” come si dice.

A Niscemi, ed in particolare negli ultimi tempi, si sono venute a formare molte associazioni, fatte per lo più, di giovani è questo non è certamente da sottovalutare o da non considerare.

Mi vengono in mente delle parole proferiteci da un grande come Antonio Gramsci:  “Istruitevi perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza, Agitatevi perché avremo bisogno di tutto il vostro entusiasmo, Organizzatevi perché avremo bisogno di tutta la vostra forza. Più che delle parole, era una esortazione rivolta ai tanti giovani, giovani che seppur disinteressati, mostrano, se presi col giusto verso, di essere ancora un po’ sensibili ai problemi che ci attanagliano, giovani che hanno paura di esprimersi per paura di non far più parte del gruppo e di restare soli.

Un piccolo bambino solleva una pietra, è convinto di fare una cosa buona, un piccolo bambino solleva un pezzo di carta è si convince sempre più che, quello che sta facendo, è veramente utile per lui ed i suoi coetani.

Un suo simile lo deride,lo disprezza, ma lui, il tenero bambino, continua a sollevare altre pietre, deve farcela, vuole sentirsi utile, vuole essere anche lui il promotore del progetto. Lo insultano, lo minacciano, ma lui è sempre più convinto in quello che sta facendo, adesso ha un nuovo credo, getta le pietre raccolte, si asciuga i sudori e continua a lavorare. Insieme a noi lavora, insieme a noi scherza, inizia a volerci bene, inizia a fidarsi di noi, inizia ad imparare i nostri nomi. Ad un tratto viene il sindaco di niscemi, getta le pietre raccolte, si asciuga i sudori, osserva ininterrotamente il sindaco e dice: “Allora quest’uomo è anche il nostro sindaco! E’ venuto a trovarci”. Con immenso piacere non si limita a raccogliere le pietre, ma incoraggia anche a quelli che lo deridevano, ci riesce, il quartiere ha già conosciuto un altroi grande piccolo comunicatore.

Piccoli cambiamenti

E’ strano come riescono a rapportarsi i giovani con altri giovani. Ero al parco pomeriggio, cercavo di capire come sistemre una cosa quando ad un tratto un ragazzo mi da una pacca sulla spalla e mi dice: “Amico mi dai una sigaretta”. Provo a spiegargli che fumare, specialmente da bambini, è molto rischioso e pericoloso. Non mi ascoltava, rideva, mi prendeva in giro mentre alcuni suoi coetani ci raggiungevano. Ero al centro di quel grande cerchio umano, un pò intimorito, un pò spaventato, uno di loro mi dice: “Io fumo per sentirmi grande”. Ad un tratto, nell’udire quella frase, la mia mente viene affollata di ricordi, è la stessa frase che utilizzavo io, quando da bambino avevo questa grande presunzione di essere grande con la sigaretta tra le mani.

Inizio ad alzare il tono di voce tanto da urlare, mi incazzo con loro dicendogli: “Fumano i deboli come me e come te, quelli che hanno paura di affrontare i problemi, di guardarli in faccia e di sfidarli”. Impassibile di fronte a me il giovane prende la sigaretta e la getta per terra. Un altro viene accanto a me e dandomi una pacca sulle spalle mi dice: <<guarda a terra>>, ho guardato a terra e mi sono reso conto di quante sigarette erano state spezzate e gettate mentre mi impegnavo a mettercela tutta per incazzarmi.

Lettera mai spedita

Mentre rovistavo fra i cassetti ho trovato una lettera indirizzata ad una mia ex maestra, una lettera mai spedita che non voglio pubblicare per nessun motivo. Nella lettera descrivevo minuziosamente certe segreti che pesano come macigni, insomma ho scritto in questa lettera cose che non avrei detto mai a nessuno e che non dirò mai. Non è stata mai spedita per pigrizia, non è mai stata spedita per distrazione. Era indirizzata alla mia maestra franca, deceduta prematuramente, la pigrizia di non andare a comprare un fottuto francobollo e la distrazione nell’aver smarrito il suo indirizzo non hanno certamente aiutato la mia voglia di aprirmi con colei ho sempre considerato una mamma, amica e maestra.

Forse, un giorno, troverò il coraggio di parlarne con qualcuno, forse un giorno capirò di quanto crudele sia stato quel bambino che ero, forse un giorno, vista l’ora (come dice Marzullo), mi convincerò sempre più di quanto sia cambiato quel codardo bambino che un tempo fui.

Cara franca, al tuo funerale c’ero.  Si, vero, la chiesa era stracolma di gente, gente questa che ti stima e che contina a farlo. Ero li in un angolino, qualche lacrima di troppo, qualche brivido per le parole che ti venivano proferite dai tuoi studenti d’un tempo, non avevo nulla da dire. Ci eravamo già detto tutto, ma non dimentico mai l’emozione che nutrivo nel vedermi con la busta, mai spedita in mano , chissà sembrerà banale, ma forse avrai scrutato il contenuto di quella lettera.

Notte

Stasera guardando il volto della luna, mi sono reso conto di parecchie cose, cose che sottovalutavo in passato. La vita riesce sempre a donarti una seconda possibilità, la vita riesce sempre ad essere misteriose come nessuno.

L’albero è sempre al solito posto, la moto ape del vicino di casa e sempre un pò sporca, la sedia di legno dimenticata dalla zia Salvatrice rappresenta l’abitudine mai smarrita di questa imponente signora. La mattina non appena il sole spunta, esce e la riprende sospirando: “Sempre la solita vecchia smemorata” entra a cosa e si precipita ad andare a preparare la colazione del marito.

Le abitudini in questa strada, sono sempre le solite, non si sono mai perdute, non sono mai state rapite dal piccolo principe divoratore, un’altra notte sta passando, chiudo la finestra quando sento già molto distanti amici d’un tempo, partiti ormai per inseguire illoro grande sogno, grandi pionieri questi miei amici, li stimo e li stimerò per sempre. La vita ha voluto darmi un’altra possibilità. Se ripenso a quello che ero e a quello che son diventato, allora mi vien da pensare che la vita riesce sempre a migliorare il male che in noi si nsconde.

Notte…

Il tempo

In giro lo vedi vagare con i suoi mille vestiti tutti belli e puliti, in giro lo vedi discutere con la sua voce mezza rauca e dal tono infame, in giro lo vedi vagare sempre preso dai suoi mille impegni, in giro lo vedrai anche di notte.

Cammina, cammina, cammina velocemente, la sua grande passione è vedere soffrire la gente, cammina distaccato dai suoi veri nemici, cammina distante un miglio da quelli che non sono i suoi nemici ma la sua vera paura, paura di vedersi affinaco un nipote bisognoso e dal cuore umano. Lui, il grande borghese, è sempre armato, armato per difendersi, armato per proteggersi, lui, il grande borghese, trasforma le sue parole proferite in veri proiettili che colpiscono l’anima, un’anima che non gli è mai appartenuta, un’ananima che non gli apparterrà mai.

Narra di tanto in tanto storie mai vissute, narra solo quello che gli è stato narrato a sua volta, narra come se fosse stato lui il vero protagonista di quelle mille storie. Sembra imbattibile, del resto la sua arma e di gran lunga superiore a tutte le altre, le sue munizioni sembrano non esaurirsi mai, gli ingranaggi del suo mitra sembrano sempre essere ben puliti, la sua mira sembra non tradire mai. Si non tradisce mai la sua mira, non finisco mai le sue minizioni, non hanno mai problemi i suoi ingranaggi, ma di sera?

Bè lasciatemolo dire, di sera, quando si ritrova davanti allo specchio è proprio debole, vede la sua immagine invecchiarsi sempre più, vede i segni del tempo che, poco alla volta, gli portano via tutto.

Bè di notte, quando il bagliore della luna acceca gli eterni innamorati, lui soffre, poichè è pienamente consapevole che un altro giorno gli è stato strappato dalla mani, che il giorno trascorso non comparirà mai più nel grande calendario della sua vita. L’unica cosa che riesce a fare è chinare il capo di fronte al grande potere del tempo.

NOn vi è rinnovamento alcuno in questo piccolo paesino, i vecchi marfioni di sempre cercano in qualunque modo di dominare le poltrone, le poltrone di sempre, quelle infangate, quelle putride quelle che non hanno mai generato nulla di buono.

I giovani sembrano ignari di fronte a tutto questo, restano impassibili di fronte alo scempio che si consuma giorno dopo giorno. Intellettuali e non, commentano chiusi dentro i classici salottini imborghesiti, parlano di temi forti, parlano di disoccupazione, parlano di precariato, parlano con toni troppo freddi, con le loro barbe bianche ed i lori sguardi smili a quelli degli avvoltoi rapaci. Eccoli inoltrarsi in quella morale già sentita, già vecchia, parlano di etica e di quello che dovrebbe essere il pensiero di uno stato meritocratico, paroloni, termini incomprensibili, termini che fanno scappare tutti, anche chi voleva far parte di questi salottini.

I loro gesti non promettono nulla di buono, uno di loro, con molta rapidità, si affretta a ragionare sulla nuova manovra da compiere, una poltrona è libera, una poltrona deve essere occupata, ed ecco l’altro intellettuale del cazzo che risolve il grande enigma. Ma a cosa serve allora parlare di precariato giovanile e di disoccupazione? Non è forse una contraddizione?

Uno di loro confida che, arrotondare una pensiore, è sempre buona cosa. Si, è vero, a loro i soldi interessano più di qualunque altra cosa, vendono la loro morale, predicano il bene ma poi razzolano il male.

Chissà, forse un giorno, i giovani smetteranno di correre dietro a dei miti inutili per dedicarsi a cose più importanti, forse un giorno questi giovani avranno un credo diverso, forse un giorno, quando questi giovani cresceranno e diverranno grandi, avranno più entusiamo di quanto io e la mia generazione ne abbia potuto avere.

Dedicato a tutti coloro che credono di vendere buona morale, quando sanno

benissimo che, la loro morale da quattro soldi, non a tutti incanta.

Diceva un grande come Franz Kafka: Un cretino è un cretino. Due cretini sono due cretini. Diecimila cretini sono un partito politico.

Dedicato a tutti gli pseudo-intelletuali

capaci solo di rendere difficoltosa la vita dei giovani,

pseudo-intellettuali questi, che, oltre ad essere putridi dentro, sono anche pieni di scheletri nelle loro

anime…

Notte di fine settembre

Una sera monotona come molte altre quella di oggi, dei giovani adolescenti se ne stanno seduti tranquilli nei grandini di una chiesa ormai antica, qualcuno ride, qualcuno piange, qualcuno corteggia il grande amore da conquistare. Delle macchine si affrettano a raggiungere destinazioni differenti, macchine queste, che producono un enorme caos dittadino. I rumori, il fumo, il suono incessante dei clacson che sembrano essere delle voci stranzianti, animano la piccola zona del centro che ospita la vecchia chiesa.

Sembra felice il giovane conquistatore, la tenera ragazza gli sorride, la giovane donna lo stuzzica, i compagni vicini ridono, si commuovono nel vedere il viso rosso del grande amico conquistatore. Alcuni passanti osservano privi di stupore, alcuni borghesi osservano con noia. Il sigaro in bocca, il berretto firmato, un maglioncino troppo classico e il gionale, ormai divenuto carta straccia è il simbolo di una giornata ormai trascorsa.

Sembrano primi di umanità questi borghesi, il secchetto della spesa piena, il peso di mille impegni gli grava sulle proprie responsabilità e come se non bastesse il figlioletto continua con le sue assurde richieste. Classico figlio di vecchi borghesi viziato. I loro interessi sono pochi, i lori sogni sono vittime di nemici come lapolvere ed il buio di vecchi cassetti ormai dimenticati.

Intanto tutto questo sembra non interessare al piccolo conquistatore, attende il grande incontro, l’incontro che gli consentirà di conosce l’amore e le sue complesse radici, si quell’amore tanto sognato e mai trovato.

L’amore inteso come una cosa astratta, così astratta da non capirci nulla.  Gli occhi di entrambi si chiudono, il primo bacio ha concesso ai due di conoscere la grande signora che è l’amore, il primo vento spoglia gli alberi del viale, il primo freddo incapace di spegnare il nuovo ardore che la piccola strada ha conosciuto in una notte di fine settembre.

In giro li vedi

In giro vedi giovani incapaci di volare, in giro vedi giovani che vandalizzano la qualsiasi cosa, sembreno questi, disegni privi di umanità, sembrano strade piene di barricate, sembrano semplicemente il presagio di un futuro che non vorremo. In giro vedi giovani divertisi coi più deboli, in giro scorgi mille volti incapaci di sorridere, in giro non scorgi prorpio nulla, tutto avviene nella maniera più invisibile.

Nessun sorriso, nessun gesto di libertà, solo guerrieri che agitano bandiere in nome di un ideale ingiusto, bandiere che generano gridi, nessun cortile pieno di bambini, solo figure e volti timorosi.

In giro, di notte, avviene l’inevitabile, un povero pioniere si affretta a solcare terreni poco ubertosi, si il pioniere cattivo che blocca un disabile e gli sputa in faccia, viene applaudito questo povero esploratore, applaudito dai pionieri che agitano bandiere in nome di un ideale ingiusto.

La notte ancora è lunga, la notte ancora gli riserva mille altre vittorie, un’idifesa vergine si affretta a raggiungere la propria dimora, è stata già presa di mira, i cani randagi sono pronti a compiere il secondo delitto.

Lei, la dolce vergine, ha già capito, allunga il passo, ma eccoli giungere i cani. La fermano, uno le tappa la bocca, l’altro alza la gonna ed eccola soffrire l’ex povera vergine.

Sorridono, si applaudono a vicenda, son soddisfatti di quella verginità strappata alle mani dell’idealismo, uno di loro narra l’episodio appena accaduto con minuziosa cura, sorridono, sono orgogliosi.

Vagano come i cani randagi, discutono come vecchi dittatori d’un tempo, sorridono maaliziosamente, divorano le parole senza pesare i loro assurdi significati, si dissetano grazie al dolore che provocano.

Un anziano ha smesso di osservare adesso la luna, chiude la finestra e si attinge ad andare a dormire, del resto il cielo è pieno di nuvole minacciose, rivolgono lo sguardo verso l’alto questi cani rabbiosi quando i loro visi iniziano a bagnarsi di acqua non pura. Decidono di fare irruzione da quella finestra chiusa, lo fanno, non concludono nulla, spargono solo sangue e terrore.

La furia delle nuvole ha concesso alla luna di risplendere alta in cielo, si la luna che non ha voluto assistere al grande massacro consumatosi. Indiscreta abbandona il cielo per dare spazio ai primi di raggi di sole che illumineranno quel sangue, che lo prosciugheranno, che lo renderanno protagonista delle più importanti testate giornalistiche.

Le divoratrici della dignità queste bocce sembrano essere, divorano tutto: la dignità, il rispetto, la serietà, la personalità, la cultura ed il pensiero.

Divorano ogni tuo pensiero, ogni tuo modo di fare o di essere, divorano quello che hai costruito nel corso della tua breve vita e divorano anche quello che sta per nascere nella tua vita.

Le divoratrici della dignità….

Griff

Un saluto veloce, una frase detta per metà e tanta voglia di soffermarsi ancora un pò, un signore gioca a fare il moderatore con due bambini che fanno la spartizione non equa di caramelle comprate in un qualunque bar del centro.

I primi lampioni iniziano ad illuminare la grande piazza, i primi ragazzi, tutti belli e puliti, con abiti griffati, iniziano, poco alla volta, a conquistare le future madri che oggi conservano in esse il dono della giovinezza.

Qualcuno, invece, preferisce starsene seduto ad ascoltare vecchia musica, a rievocare assurdi ricordi, forse quello più bello, la giovinezza. Hanno i volti tristi, le menti annebbiate, le mani piene di rughe, rughe queste, generate dal lavoro di una vita.

Ignaro qualche giovane, pensa di possedere tutto, ignaro qualche giovane, crede di conoscere già il mondo.

Una piazza affollata, un mistero mai risolto, tante birre da consumare in questo monotono sabato che ha già conosciuto le lacrime interminabili, di una povera adolescente scartata dal branco, scartata solo per avere la colpa di essere diversa, di essere umile, scartata solo per il semplice fatto di non possedere abiti griffati….

Tutto diventa invisibile agli occhi, tutto, poco alla volta, dende a spegnersi. L’ossigeno si esaurisce e la voglia di vivere si riduce ai minimi termini.

In fondo al viale sgorgo dei volti spenti, in fondo al viale sgorgo semplici persone che hanno perso tutto: la voglia di conoscere, di fare, di ascoltare, d’imparare, in fondo a quel viale, nessun albero sembra vistoso, in fondo a quel viale tutto si è smarrito, anche il valore che doveva accomunarci per consentirci di volare liberi.

Un bambino, da solo, inizia ad affrontare il tortuoso percorso che lo condurrà chissà dove, è solo, la strada quasi lo divora, la strada nemica, la strada ammaestratrice..

Tutto finisce, gli odori vengono rapiti dall’incessante vento, la storia calpestata, quando, ad un tratto, il bambino cade per sempre nell’invisibile precipizio.

Prostituzione

Ha dimenticato cos’è la felicità, ha gli occhi spenti, le mani fredde, il cuore insabbiato di polvere e di terrore, dietro i suoi passi nessuna ombra ed infine, i suoi pensieri, precipitano dentro il grande vuoto che in se conserva il nulla.

Si il nulla, questa grande madre invisibile che mette disordine, che sottrae all’uomo ogni forma di esistenzialismo, il nulla che raffigura la morte, il nulla che rappresenta il vuoto, il metafisico, ma soprttutto la distruzione.

Agli angoli della strada essa trova ristoro, agli angoli dei quattro venti il telefono incessantemente squilla per un nuovo appuntamento, in quegli angoli dove le emozioni muoiono e le violenze nascono, tutto si trasforma in qualunquismo.

Il qualunquismo che ti ha divorata, il qualunquismo che ti rende debole, il qualunquismo che ti proietta al mondo come un oggetto impassibile, come una macchina elettrica incapace di pensare, di essere sensibile, di essere….

Ma dentro i tuoi gesti c’è qualcosa di più, dietro i tuoi passi, l’ombra dov’è? Ti muove il vento o forse lo muovi tu? Però di certo ti amarono.

Sterminio

E’ un mondo impuro questo, un mondo dove l’odio e l’invidea padroneggiano su ogni altra cosa, una parola viene sempre spesa negativamente nei tuoi riguardi, una parola che ti ferisce e che viene immortalata nell’intimo del tuo animo.

La felicità scompare, la tristezza, grave copre il tuo volto, il pensiero di essere un eterno fallito è l’unica giustificazione che riesci a darti. Chiuso in quella tua stanza, osservi il lento movimento delle lancette, osservi pure un coltello che apparentemente riesce a donarti una forma di sollievo mai avuta prima.

L’invidia resta, l’odio alimenta sempre più la cattiveria del mondo e il pensiero, nato dall’osservare quel coltello, svanisce grazie al sonno che ti ha già rapito e condotto in luoghi più sicuri.

Ultimo saluto

Osservava il mondo da una piccola finestrella, osservava la vita da quel piccolo pertugio che tutto riduceva ai minini termini. Anziano, e strettamente legato alle sue tradizioni e alle sue radici, non comprendeva certamente quello che il mondo gli presentava su di un lurido vassoio argentato.

Passava il tempo ad osservare la grande smania delle lancette, lancette nere che si intonavano perfettamente all’estetica dell’orologio, appeso ormai da deceni, su un muro ammuffito e logoro.

Sembrava che, in quella casa, il tempo fosse rimasto fermo, nessuna tradizione era stata mai consumata o dimenticata, nessun ricordo trascurato, nessuna finestra mai cambiata, permettendo così agli spifferi del vento, di danzare liberi nella stanza accanto.

Una pensione sudata nel corso della vitta, un terreno lavorato, un tetto da ricostruire sono gli unici beni che, malgrado lo si voglia, un tenero nipote troverà, una foto patriarcale sembra attirargli l’attenzione, una foto che verrà conservata come l’oro più prezioso, che quell’uomo, morendo, ha lasciato in terra.

La bara viene sigillata, la porta di casa spalancata, le lacrime sono poche ma buone, è morto in solitudine questo anziano, ma conquistandosi almeno, con orgoglio, le lacrime dell’unico nipote.

P.s

E’ brutto vedere che, poco alla volta, tutti gli anziani che ti hanno stretto sempre la mano, col calore e la sincerità che li ha sempre distinti, vanno via verso l’inevitabile destino.

E’ brutto verdli al centro di una stanza, divorati dalla grande madre che è la morte.

E’ certamente bello ricordarli, è ancora più bello aver conservato nel mio cuore tutto quel calore e quella passione che da loro mi sono stati ereditati.

E’ ancor più bello, conservare in me, la luce acceccante di quei loro sorrisi.

Dedicato “O Ziu Angilu”, che oltre ad avermi regalato tutte le cose da me mensionate precedentemente, ha saputo indirizzarmi nella giusta via con i suoi consigli.

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